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Il nostro futuro non è in vendita: difendere il lavoro con ogni mezzo
Dall’inizio dell’anno sono stati persi più di 180 mila posti di lavoro. Decine e decine di aziende hanno chiuso i battenti lasciando dietro di sé non solo la disoccupazione ma anche il vuoto produttivo: giovani e famiglie lasciati a casa con una cassa integrazione in scadenza insieme all’ennesima chiusura aziendale nel paese. Secondo una stima della Cgil entro la metà del prossimo anno avremo 300 mila nuovi disoccupati in più: con loro seguiranno altre aziende votate alla chiusura.
Di tutto questo, tuttavia, non vi è traccia nei grandi mezzi di informazione: telegiornali, trasmissioni varie e quotidiani si affannano a dire che il peggio è passato. Stando a quanto dicono la recessione sarebbe ormai alle spalle nonostante gli indici economici segnino una ripresa da prefisso telefonico: questo mentre un rapporto della Commissione europea abbia indicato impietosamente come in Italia ci siano 3 milioni di nuovi poveri.
La realtà è ben diversa: non solo la crisi è ben lontana dal terminare ma deve ancora dimostrare tutto il proprio potenziale distruttivo. Le conseguenze sui lavoratori, i giovani e le loro famiglie saranno durissime.
La Confindustria e il governo continuano a ripetere come un disco rotto che non vi è nulla di cui preoccuparsi perché i soldi per gli ammortizzatori sociali non mancano, sebbene questi non vengano più concepiti come uno strumento per aiutare i lavoratori a superare il momento di crisi dell’azienda e poi tornare a produrre, ma per lasciare che i lavoratori abbandonino il più in fretta possibile il proprio posto di lavoro per avere le mani libere e chiudere le aziende.
Di conseguenza sosteniamo in pieno la richiesta sindacale di un’estensione della cassa integrazione e di un suo rafforzamento insieme al blocco dei licenziamenti: se le aziende chiudono fisicamente saranno solo i padroni ad averci guadagnato mentre per i lavoratori, terminata la cassa, rimarrà solo la crisi e la disoccupazione.
L’inizio della crisi, tuttavia, porta con sé anche l’inizio della resistenza dei lavoratori. Sono centinaia le aziende in tutta Italia che, sull’esempio della Innse, stanno mettendo in campo forme di protesta anche radicali per rompere il muro di silenzio che avvolge la lotta per difendere il proprio posto di lavoro.
Queste lotte coinvolgono settori diversi della classe lavoratrice: dai lavoratori metalmeccanici ai precari dei call center fino agli insegnanti precari contro gli attacchi del ministro Gelmini. Sono lotte che esprimono un potenziale che ha bisogno di essere organizzato e coordinato: solo il coordinamento dal basso di lavoratori, precari e cassintegrati può dare la necessaria spinta alla mobilitazione e garantire che il sindacato si metta a disposizione della lotta fino in fondo e fino alla fine. Dove i lavoratori si sono organizzati in un coordinamento che ha coinvolto lavoratori di più aziende la lotta sta continuando e si avvia a uno scontro decisivo: è l’esempio della Manuli di Ascoli.
Questa è una delle lezioni più importanti della lotte di quest’autunno: essere determinati a difendere l’azienda fino in fondo. Sconfiggere la chiusura di un’azienda, una delocalizzazione, revocare la legge 30 o il decreto Gelmini si può, a patto che queste lotte siano coordinate per diventare una voce sola contro il governo e la Confindustria.
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