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Sito aggiornato a domenica 29 novembre 2009

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Essere donna in tempo di crisi: immagini di una discriminazione mai risolta

scritto da Chiara Buzzacchi (Gc zona nord)

In un contesto di crisi la società rivela ogni sua contraddizione interna. Ogni disfunzione, ogni contraddizione cresce e si manifesta nella sua pienezza, dall’ambito economico e politico a quello sociale. All’ordine del giorno sono gli attacchi alla libertà di pensiero e di informazione e le discriminazioni razziste sono diventate legge col pacchetto sicurezza

Esiste però un’altra discriminazione, diventata ormai una costante tanto da non essere più percepita, consumando però in silenzio le basi di ogni ambito della vita quotidiana, ed è quella della questione femminile.

Si tratti di incarichi a livello politico o istituzionale, cattedre universitarie o ambiti dirigenziali, le donne sono mosche bianche in un contesto prettamente maschile, e delle poche presenti non si fa che sottolineare quanto siano ’brave come se fossero uomini’: arrivismo, distacco dalla famiglia e rigidità (per quanto poco queste possano essere considerate caratteristiche maschili) compensano il loro “essere donna”. Analizzando impieghi più umili rispetto alla presidenza della Confindustria, scopriamo che il gender gap (differenza fra salario di un uomo e di una donna a parità di occupazione) rimane alto, senza contare che le donne sono più soggette a contratti precari (+ 4,8% rispetto agli uomini) e a lavori part-time (+ 22,2%, quasi il doppio rispetto a due anni fa). Evidentemente non abbiamo fatto riferimento a una categoria di lavoratrici che cresce senza sosta, ballerine e soubrette che aumentano in ogni canale televisivo o copertina patinata mentre diminuisce la stoffa di cui sono vestite. Ed evidentemente non abbiamo fatto riferimento al fatto che un’illustre esponente di questa categoria sia ora Ministro delle Pari Opportunità. Non ce ne voglia, ma ci sembra che parlare di una donna che è stata sulle prime pagine dei tabloid per aver ricevuto un tale ministero non per le proprie competenze politiche sia quantomai svilente in questo contesto.

La sessualità della donna subisce continui attacchi da ogni lato. Se il numero di violenze sulle donne si mantiene drammaticamente alto, in diversi contesti abbiamo sentito dire che forse però se l’erano cercata, quasi fosse possibile giustificare in alcun modo dati impressionanti: 9.860.000 delle donne fra i 14 e i 59 anni hanno subito nell’arco della propria vita almeno una molestia a sfondo sessuale, il 55,2% del totale. 1.400.000 le ragazze che ne sono state vittima prima dei 16 anni. Nonostante la campagna demagogica perpetrata dai giornali e tg, le statistiche mostrano chiaramente come gli stupri siano commessi per il 69% dai partner, mentre solo il 6% da estranei. Solo 1 stupro su 10 viene compiuto da cittadini stranieri. Una donna viene uccisa in famiglia ogni 59 ore, e in prevalenza per motivi passionali, affiancati da situazioni di forte disagio sociale ed economico. Ciò avviene per lo più al Nord (51%, contro il 28% del Sud e il 21% del Centro) e il 9% dei delitti “rosa” dell’intera penisola viene consumato nella provincia di Milano. Notevole è il fatto che le forze dell’ordine occupino il terzo posto tra le categorie colpevoli di tale reato.

La “donna del terzo millennio” come dipinta da giornali e sondaggi ha canoni estetici sempre più irraggiungibili, buona madre e brava moglie, sexy e disinvolta, dolce e accondiscendente. La sua giornata dovrebbe prevedere lavoro, portare e andare a prendere i figli, pulire la casa, fare la spesa, preparare la cena, dedicarsi a genitori e suoceri, adempiere ai “doveri di coppia” e chiaramente fare si che il proprio corpo rimanga giovane e affascinante in eterno. Parliamo ovviamente delle donne meno giovani, perché per quelle più giovani il lavoro non c’è, se non in nero o a progetto (e ovviamente sottopagato) e i soldi per costruirsi una famiglia mancano, ma sarà bene che si trovi il modo di avere dei figli, visto che per le donne non averne è ritenuto socialmente poco desiderabile.

La questione femminile è dunque di grande attualità, e la vita di una donna si configura sempre di più come una ragnatela inestricabile di ricatti: ci sono quelli sul lavoro, dove gli episodi di mobbing si susseguono nella più completa indifferenza (373.000 sono le donne che nel corso della carriera sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro) e dove spesso alle neoassunte viene richiesto di firmare dimissioni in bianco, che permettano al datore di lavoro di licenziarle se rimaste incinte, senza il disturbo di dover pagare la maternità. E poi ci sono i ricatti morali, imposti tanto dai media coi loro standard inarrivabili, quanto dalla Chiesa che interviene su metodi contraccettivi e abortivi (ricordiamo l’”impegno” recente contro la pillola RU486), mantenendo l’ideale di donna come angelo del focolare posta naturalmente alla tutela di famiglia, casa e figli. Se si sfugge anche a quelli, e riesce a coniugare famiglia e lavoro (con salari più bassi rispetto a un uomo e con un 20% di probabilità che il suo impiego richieda una formazione inferiore a quella di cui è in possesso), finito il turno di lavoro la donna deve compiere le faccende domestiche (svolte per l’83% dalle donne) fare la madre e la moglie, come vogliono i valori tradizionali. Gli stessi valori che hanno portato solo il 18,2% delle donne a considerare la violenza subita in famiglia un ‘reato’, mentre il 36% solo ‘qualcosa che è accaduto’.

L’attacco perpetrato nei confronti delle donne è quindi riconducibile ad ogni aspetto della vita ma risponde a un’unica logica, portata avanti dal governo e dalla società capitalista, con l’entusiasta appoggio della Chiesa. Innanzitutto l’affezione di destra e cattolicesimo all’indissolubile rapporto familiare è facilmente riconducibile a ciò che la famiglia tradizionalmente intesa incarna: un nucleo in cui si ripropone l’ordine costituito nella società borghese, dove l’uomo rappresenta l’autorità e prende le decisioni e la moglie e i figli imparano la logica del silenzio consensuale. L’esistenza di microsistemi interni al tessuto sociale permettono inoltre di cercare soluzioni individuali a problemi comuni, aggirando la possibilità di lotte e rivendicazioni. Una donna concepita come angelo del focolare sarà meno propensa ad attività formative, e le possibiltà di ricatto si faranno sempre più concrete non solo per lei, ma anche per i figli che ella crescerà. Lo sfruttamento da parte del patronato troverà sempre meno ostacoli in un’ottica futura.

Inoltre il mercato del lavoro femminile prende sempre più i connotati del flexible market, capace all’occorrenza di restringersi e allargarsi a seconda di un’offerta d’impiego più o meno in crisi. Chiesa ed esponenti filocattolici inneggiano ora alla figura della donna di casa, cercando di porre così degli argini alla disoccupazione: meno sono le donne in cerca di un lavoro, minore è il tasso di disoccupazione, minore il livello di dissenso. E tutto col solo appello all’imprescindibilità della presenza materna in famiglia. Ma c’è un ultimo aspetto della questione, che è quantomai fondamentale e che possiamo riconoscere in un gran numero di riforme attualmente in discussione o già approvate (a partire da quelle scolastiche): tenere la donna fra le mura domestiche significa che sarà lei ad occuparsi di tutte quelle attività di cura, pulizia ed educazione. Ciò permetterà a sua volta allo Stato in un momento di crisi di non investire nello stato sociale, spesso distruggendo quelle che sono state alcune delle maggiori conquiste dei movimenti degli anni ’70. Tutto il denaro pubblico che potrebbe garantire scuole, asili, assistenza medica e sanitaria agli anziani ecc., potrà tranquillamente essere utilizzata per risanare banche e imprese.

In un contesto di crisi la società rivela ogni sua contraddizione interna, dicevamo. E la contraddizione della questione femminile investe ogni suo ambito. I tentativi promossi dalle quote rosa in ogni loro applicazione non intaccano minimamente il problema, ma lo aggirano, costringendo l’impiego di donne non in base alle loro capacità ma al loro sesso. Allo stesso modo, i ritmi serrati a cui sono sottoposte le donne può portare spesso all’assunzione di altre donne, spesso sottopagate e senza contratto regolare. Così la donna diventa ricattata e insieme ricattatrice.

Per anni i movimenti femministi hanno proceduto sui binari del ’girl power’, non facendo alcuna distinzione fra donne di ogni ceto sociale. È evidente però che donne e le lavoratrici degli strati più bassi abbiano poco da spartire con le nuove dame dei salotti bene, che possono permettersi costose cliniche per i parenti più anziani, donne di servizio e tate per i figli. È evidente, al contrario, che l’offensiva lanciata dai padroni, dalla Chiesa e da una società così concepita è un’offensiva che riguarda soprattutto i lavoratori meno abbienti. In questo senso, la risposta non può che essere una risposta di classe, che rifiuti i tentativi di far pesare gli effetti della crisi sulle spalle delle categorie più deboli e che riaffermi la dignità dell’uomo e della donna.

Le rivendicazioni devono essere precise per recuperare quel corpo di diritti che permetta di liberare a carico della collettività i tanti fardelli che opprimono la donna nella società attuale. Il tentativo di innalzamento dell’età pensionabile, presentato come gonfalone della parità fra uomo e donna è addirittura provocatoria: se davvero si vuole diminuire il gap esistente, si abbassi l’eta pensionabile degli uomini a quella delle donne. Un servizio di pulizie pubbliche, di assistenza a infermi e anziani, un potenziamento di asili e scuole a tempo pieno, un più libero accesso a consultori, contraccezioni e aborto, una maggiore tutela della maternità, e soprattutto l’abbassamento dell’orario di lavoro a parità di salario sono misure imprescindibili per un percorso verso l’eguaglianza. Questa lotta non può essere una lotta “di genere”, ma deve contare sulle donne quanto sugli uomini per raggiungere una società senza discriminazioni. E le contraddizioni emerse da questa crisi mostrano chiaramente che questo sistema non può garantirlo.

 
   
 
 
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