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Giù le mani dalle Officine!
scritto da GC Milano - zona sud
Giù le mani dalle officine
A un anno e mezzo dalle lotte degli operai della FFS (Ferrovie Federali Svizzere) di Bellinzona il comitato di sciopero delle Officine organizza il quarto incontro “Una, dieci, cento Officine”. Per capire l’importanza di questo seminario bisogna prima aver chiaro il tipo di lotta portata avanti dagli operai delle officine alla FFS, che dal 1888 si occupano della manutenzione dei vagoni e delle locomotive. Il 7 marzo 2008 la direzione delle FFS annuncia di voler privatizzare la manutenzione dei vagoni e dislocare quella delle locomotive. 430 operai delle Officine Cargo di Bellinzona entrano immediatamente in sciopero. In pochi giorni nasce un vasto movimento di protesta che coinvolge tutta la regione. «La pittureria», capannone adibito alla verniciatura dei treni, diventa da subito cuore e simbolo della lotta. Gli operai scioperano per 30 giorni consecutivi. Un mese intenso, che vede una lotta operaia diventare una vera e propria mobilitazione di popolo. L’irrigidimento dei fronti costringe il ministro dei trasporti a intervenire. Il 5 aprile la direzione delle ferrovie è costretta a ritirare il piano di ristrutturazione e a garantire il mantenimento dell’officina fino al 2012. Lo sciopero di Bellinzona ha portato a questa vittoria perché è partito dagli operai ed è stato guidato da operai, con impressionante determinazione, ed è stato sostenuto da tutta la città. Giusto per fare un esempio, il 30 marzo 2008 a Bellinzona, una piccola città di oltre 17 mila abitanti, sono scesi in piazza in 12 mila a sostegno delle officine: una vera e propria mobilitazione cittadina. Questa vittoria storica si inserisce in un contesto di continui attacchi ai posti di lavoro, all’istruzione, alla sanità, alla sicurezza, ai diritti della donna. Diritti violati giorno dopo giorno con la scusa della crisi; ma Bellinzona insegna, insegna tanto e soprattutto insegna a tutti. E’ strano pensare a come si sia potuta sviluppare una lotta del genere in pieno Canton Ticino. Forse siamo abituati a immaginarci la Svizzera come un’isola perfetta, eppure proprio qui si è sviluppata una lotta operaia che sarà poi di grande esempio per altre fabbriche, come ad esempio la Innse.
Al seminario hanno partecipato più di un centinaio di persone di diverse nazionalità, ognuno portando l’esperienza dalla propria zona come contributo alle discussioni. Tanti gli argomenti affrontati e le esperienze condivise, prime fra tutte le esperienze di lotta nei posti di lavoro, da Bellinzona all’altrettanto esemplare vertenza della Innse, che dopo più di 14 mesi di presidio permanente ha portato ad una vittoria che ha aperto la strada ad altre lotte e rivendicazioni dei lavoratori ed è diventato simbolo di tenacia e determinazione. Si è parlato anche del caso di Viareggio, in cui le politiche del profitto hanno fatto passare sotto silenzio gravi mancanze in tema di sicurezza. Ormai la strage ferroviaria dello scorso giugno a Viareggio, come tante cose nel nostro paese, è caduta nel dimenticatoio ma pochi giorni fa nel reparto dei grandi ustionati è stata registrata la trentunesima vittima dell’“incidente” e tanti altri feriti che hanno riportato gravi ustioni probabilmente continueranno a morire passando sotto silenzio stampa. Dopo la strage si è costituito il comitato “Assemblea 29 giugno” che porta e porterà avanti 3 semplici parole d’ordine: verità, sicurezza, giustizia. Parole che possono sembrare utopiche se non si vedono nell’ottica di un radicale cambiamento della società. A Viareggio per la prima volta a perdere la vita non sono stati i passeggeri o i macchinisti del treno ma comuni cittadini che dormivano nelle loro case; ed ancora più eclatante è il fatto che mesi prima della strage fosse stato licenziato in tronco Dante De Angelis, delegato sindacale e responsabile per la sicurezza, che “si era permesso” di sollevare il problema della scarsa manutenzione delle strutture ferroviarie. Chissà quanti altri casi come questo, che non hanno avuto come conseguenza una tragedia, sono stati accuratamente nascosti dalla stampa. Come spesso accade, la sicurezza coincide con un costo aggiuntivo per l’azienda, che il più delle volte glissa su certe questioni; proprio per quanto riguarda i trasporti ferroviari, che in un periodo di crisi giocano un ruolo fondamentale nella ripresa economica, devono essere sempre meno costosi, meno sicuri ma più efficienti. Nell’ottica aziendale, ovviamente. Stiamo assistendo alla progressiva privatizzazione dei trasporti e all’allargamento della forbice tra utenti di serie A e utenti di serie B: freccia rossa per chi se la può permettere e regionale in ritardo, sporco, poco sicuro e sovraffollato per i pendolari. Nessuno però parla di questa spietata selezione su base di classe.
Al giorno d’oggi non basta lottare per i propri diritti, bisogna anche evitare che i canali comuni di informazione nascondano o peggio ancora falsino le notizie. E’ scandaloso il fatto che per avere copertura mediatica di una lotta ormai servano gesti eclatanti, pena il disinteresse più totale. La grande stampa si interessa solo in presenza di tafferugli con la polizia, gente sui tetti, cassonetti incendiati. Giornali e televisioni oggi in Italia sono mezzi di informazione borghesi e in quanto tali rispondono alle leggi del mercato: la notizia è diventata merce e in quanto tale, per essere venduta, deve soddisfare determinate esigenze. Chi non è disposto a scendere a compromessi trova altri canali di informazione, o meglio, di controinformazione, come ad esempio il documentario “Giù le mani” che racconta il mese di sciopero alle officine di Bellinzona, per una volta dal punto di vista di chi quella lotta l’ha fatta. Se la fabbrica in lotta fa notizia solo il primo giorno allora le informazioni vanno diffuse tramite volantini, video, internet e qualunque altro mezzo che non sia in mano alla borghesia e che possa dare un punto di vista operaio delle lotte.
Si è parlato anche di condizioni di lavoro precarie per le donne. Sarà che ormai precari siamo tutti, però forse non bisogna dimenticarsi di quella parte della società, le donne, che silenziosamente si piega al sistema capitalista che ci vuole tutti scattanti ed efficienti, in cambio di un bel salario da fame. Basti pensare che alla fine degli anni ’70 la curva di partecipazione femminile al mercato del lavoro era giustappunto una curva, che cresceva fino alla fascia di età dei 30 anni e poi decresceva, in quanto, all’epoca, le donne potevano ancora permettersi il lusso di stare a casa quando decidevano di avere un figlio. Quella curva è diventata una retta. Le donne continuano a lavorare nonostante abbiano dei figli, non tanto per fare le emancipate donne in carriera che rivendicano la parità dei sessi ma semplicemente perché con un solo stipendio a fine mese non ci si arriva più, soprattutto con dei figli a carico. Non a caso, del 30% di lavoratori a tempo parziale, l’80% sono donne, che si dividono freneticamente tra lavoro mal pagato e lavoro domestico, per poi essere attaccate dal ministro Brunetta che etichetta come “fannullone” quelle donne che durante la pausa pranzo, anziché mangiare, sfruttano il tempo a disposizione per fare la spesa. E se al lavoro la situazione è questa, a casa le ore di lavoro settimanali per una donna sono ben 31, come rilevato da una ricerca sul lavoro, mentre gli uomini ne dedicano solo 17 a pulire, fare la spesa, prendere i figli a scuola e cose del genere. Se alla “sfortuna” di essere donna, si aggiunge quella di essere immigrata, la situazione diventa tragica. Basti pensare all’oscuro mondo delle badanti, pagate in nero, oltretutto da donne italiane, con paghe ridicole (in alcuni casi anche 500€ mensili) lavorando 7 giorni su 7 tutto il giorno con giusto un’ora d’aria. Forse questo sfruttamento inverosimile fa comodo al sistema capitalista, che viene così sollevato dall’onere di stanziare fondi per l’assistenza sociale, avendo a disposizione un esercito di straniere sottopagate. Non sempre però le donne rimangono in silenzio, soprattutto se si pensa all’Officina Donna, un gruppo di mogli e compagne dei lavoratori delle officine di Bellinzona che si è creato nel mese di sciopero dando il massimo sostegno alla lotta.
Di solidarietà se ne crea tanta intorno alle lotte ma per vincerle non è sufficiente. Solo con un sindacato forte e che non ragiona nell’ottica del meno peggio si possono portare avanti delle rivendicazioni in grado di miglioare davvero le proprie condizioni di vita e di lavoro. In questa fase di profonda crisi (del capitalismo) che ha visto la chiusura di fabbriche da un giorno con l’altro, licenziamenti e casse integrazioni a pioggia i sindacati, sia italiani che stranieri, non hanno esitato a convocare scioperi per far sfogare la rabbia che cresceva tra i lavoratori con la grave mancanza però di aver organizzato queste lotte con metodi inefficaci. Il risultato? Scioperi che cadono nel nulla; tanta gente in piazza che torna a casa con un bel pugno di mosche in mano. Questo inevitabilmente ha portato ad una crescente sfiducia dei lavoratori verso i sindacati, in quanto non si sono più sentiti rappresentati. Nonostante le difficoltà, qualcosa sta davvero cambiando nella coscienza dei lavoratori e Bellinzona apre proprio la strada a questo cambiamento, diventando il simbolo di una vittoria, dando gli strumenti e il coraggio alle altre mobilitazioni a livello internazionale di far sentire la propria voce e le proprie rivendicazioni. Quando i lavoratori comprenderanno fino in fondo che gli attacchi subiti sono tutti attacchi di classe, solo allora risponderanno con una vera lotta di classe.
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