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Sito aggiornato a domenica 29 novembre 2009

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La pillola RU486: una nuova crociata della Chiesa contro i diritti delle donne

scritto da Giovani Comunisti Milano

Siamo di fronte ad un nuovo attacco ai diritti delle donne portato avanti come sempre in maniera congiunta da Stato e Chiesa cattolica. Questa volta al centro delle polemiche c’è l’approvazione della commercializzazione da parte dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) della RU486, la cosiddetta pillola per l’aborto chimico che permette ad una donna che decide di abortire nelle prime settimane di gravidanza di scegliere tra l’aborto chirurgico e quello farmacologico.

La RU486, il cui principio attivo è il Mifepristone, agisce bloccando l’azione del progesterone, un ormone che induce modificazioni uterine indispensabili alla continuazione della gravidanza. Per aumentare l’efficacia e la velocità d’azione del Mifepristone è necessario che questo venga assunto in associazione con le prostaglandine, più conosciute come Misoprostol. L’associazione Mifepristone/Misoprostol, a conferma della sua sicurezza ed efficacia, è stata inserita nell’elenco dei farmaci essenziali per la salute riproduttiva dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2006 ed è registrata e commercializzata già in una quarantina di Paesi. Attualmente infatti essa è in uso in tutti i paesi dell’Unione Europea ad eccezione della Polonia e della Lituania, oltre che dell’Irlanda dove l’aborto è vietato.

Il metodo chirurgico per l’interruzione volontaria della gravidanza, praticato legalmente in Italia da trent’anni, necessita l’ospedalizzazione e il ricovero con un ovvio aumento dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale (nel complesso le cifre si aggirano intorno ai 700 euro). A questo si aggiunge un aumentato rischio di effetti collaterali, anche a medio termine, sempre presenti durante un intervento chirurgico sotto anestesia.

L’aborto farmacologico invece può essere tranquillamente eseguito in regime di day-hospital (già testato e validato in varie sperimentazioni regionali a partire dal 2005). L’espulsione del feto avviene con un meccanismo del tutto simile alla mestruazione, con un rischio di effetti collaterali decisamente inferiore. Inoltre il prezzo di una confezione da 3 pillole è di circa 70 euro.

Dopo l’attacco alla fecondazione assistita e la sua limitazione tramite l’emanazione della Legge 40, vediamo chiaramente un altro esempio di come l’influenza della Chiesa nelle politiche dello Stato sia in forte ripresa a discapito dei diritti delle donne e della laicità dello Stato stesso. Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella è decisa infatti ad attuare una serie di misure restrittive volte ad ostacolare nella pratica l’utilizzo della pillola RU486 con la motivazione pretestuale della sua pericolosità. Si ipotizza un regime di tre giorni di ricovero coatto per le donne che faranno ricorso all’aborto farmacologico, il che, oltre ad essere palesemente incostituzionale, costituirebbe una vera e propria carcerazione punitiva, mirata a colpevolizzare ed a intimidire le donne, privandole di fatto della propria libertà di scelta.

Il rischio di mortalità del Mifepristone è 1/100.000, pari a quello degli aborti spontanei, mentre il parto è tra 7 e 10 volte più rischioso. Per avere un’idea chiara basti pensare che il rischio di mortalità del Viagra è di 5/100.000: in questo caso la Roccella non sembra preoccuparsi più di tanto...

Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, auspica che l’obiezione di coscienza, fondata su profondi convincimenti, cresca ancora e commenta così la decisione dell’Aifa di autorizzare la commercializzazione della pillola abortiva nel nostro Paese: "Una notizia preoccupante. È una deriva di civiltà, in cui a prevalere è la libertà individuale che si pretende assoluta”.

La Chiesa, in quanto stampella ideologica del potere dominante, ha da sempre lavorato in collaborazione con i governi per affossare i diritti conquistati dai lavoratori: lauti finanziamenti per le sue scuole di CL a discapito di quelle pubbliche; finanziamenti alle associazioni e alle fondazioni cattoliche per convincere le donne a non abortire mentre i consultori pubblici vengono smantellati; le cosiddette politiche in sostegno della famiglia, per costringere le donne a fare quello che lo stato sociale non vuole fare, come la cura dei bambini, degli anziani, della salute fisica e psichica dei propri familiari. In un contesto di crisi del sistema sul piano economico, sociale, politico e morale non dobbiamo stupirci che la Chiesa abbia iniziato la sua campagna per riaffermare prepotentemente il proprio ruolo.

Gli aborti in totale sono in netto calo: nel 2008 sono state effettuate 121.406 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) (di cui circa 80 mila tra donne italiane), con un decremento del 4,1% rispetto al dato definitivo del 2007 (126.562 casi) e un decremento del 48,3% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG (234.801 casi). Inoltre, la percentuale di aborti ripetuti riscontrato in Italia è tra le più basse a livello internazionale. (fonte ANSA). Da questi dati emerge chiaramente che le donne non intendono la legge 194 come un metodo contraccettivo e quindi tale accanimento da parte di Governo e Chiesa non cela un reale problema sociale ma solo un pretesto per rimettere in discussione il diritto all’aborto, la legge 194 appunto, e per riaffermare che le donne non hanno il diritto di decidere da sole cosa fare del proprio corpo e della propria vita. La legge 194, emanata nel 1978, permette di abortire legalmente a carico del Sistema Sanitario Nazionale e non dà indicazioni limitative sul metodo, anzi ipotizza che l’aborto chirurgico (l’unico disponibile nell’anno di emanazione) possa essere affiancato, come in ogni altro campo, grazie al progresso scientifico, da nuove tecniche.

Il continuo aumento dell’ ingerenza morale nelle vicende dello Stato, nonché l’insinuazione nelle Università, anche grazie alle sue strutture giovanili come Comunione Liberazione (CL), permette alla Chiesa un controllo sempre maggiore sulla didattica e sulla formazione dei futuri medici creando così un sistema clientelare attraverso cui vengono avvantaggiati quegli studenti che si trovano più allineati alle posizioni del Vaticano. In questo contesto è da considerare il fatto che contro la diffusione della pillola abortiva RU486 cresce l’obiezione di coscienza dei medici italiani rispetto alle IVG: i ginecologi obiettori sono infatti passati dal 58% registrato nel 2005 al 70% del 2007, con punte superiori all’80% in Lazio, Campania, Sicilia e Basilicata. Ci sono interi ospedali che non praticano l’IVG. Questo comportamento vergognoso allunga i tempi di attesa e costringe molte donne a rinunciare ad esercitare un proprio diritto: è quindi nei fatti lo strumento attraverso il quale si rende inesistente tale diritto rendendolo non esigibile. Gli obiettori dicono che soffrono, però non li abbiamo sentiti obiettare qualcosa quando prima della 194 ogni anno morivano di aborto illegale oltre 20mila donne, così come non avevano nulla da obiettare quando chi se lo poteva permettere si recava presso cliniche private a sborsare milioni pur di abortire.

Quello che bisogna rivendicare è l’abolizione completa dell’obiezione di coscienza negli ospedali e nei consultori pubblici. Il rifiuto a fornire prestazioni regolate da leggi dello Stato costituisce ovunque un reato: se un dipendente pubblico o un cittadino comune trova moralmente non corretta una data legge e la infrange incorre in sanzioni e procedimenti legali, perché questo non deve valere anche per i cosiddetti obiettori di coscienza?

La demonizzazione della RU486 si inserisce in un quadro più generale di attacchi al diritto all’aborto a partire dal recente referendum sulla legge 40 riguardante la procreazione medicalmente assistita, passando per la possibilità di riconoscere al feto pieni diritti giuridici, fino ad arrivare alla costante riduzione del numero di consultori pubblici. In Lombardia per esempio a parte i consultori privati, molti dei quali sono di ispirazione cattolica e contrari all’aborto oltre che ai contraccettivi, se consideriamo i dati ufficiosi, ci sarebbe un consultorio ogni 40.000 abitanti (per un totale di 223 strutture pubbliche), se invece teniamo fede ai dati della Regione, arriviamo alla drammatica cifra di 63.636 abitanti per consultorio, ben lontani dalla cifra stabilita dalla legge 34/96, che ne prevede uno ogni 20.000.

Difendere la 194 e l’autodeterminazione della donna di fronte a questi attacchi non vuol dire credere che l’aborto possa essere uno strumento per la liberazione della donna, ma vederlo come un mezzo per difendersi dagli attacchi di un governo che in nome del diritto alla vita taglia i finanziamenti a quello stato sociale che sarebbe indispensabile ad incoraggiare il desiderio e la possibilità concreta della procreazione: uno Stato che vorrebbe la donna di volta in volta lavoratrice sfruttata, perennemente sottoposta alla minaccia di perdere il posto di lavoro qualora risultasse incinta, o angelo del focolare domestico senza alcuna possibilità di autodeterminarsi. Quello che noi rivendichiamo è la possibilità concreta per una donna di poter decidere del proprio futuro, il che significa garantirle davvero la possibilità di scegliere: scegliere, se lo desidera, di portare avanti una gravidanza, col sostegno sociale ed economico dello stato; oppure scegliere di interromperla nel modo che ritiene più adatto e sicuro per la propria salute psicofisica.

Come comunisti saremo sempre in prima fila a lottare per la difesa dei diritti delle donne, per la difesa e l’ampliamento della legge 194, una legge che è stata possibile solo grazie alle mobilitazioni e alle lotte degli anni ’70 di lavoratrici e lavoratori uniti. E’ da queste mobilitazioni, che fin da subito si legarono a quelle più generali dei lavoratori, che bisogna ripartire non solo per difendere i diritti delle donne ma anche per conquistarne di nuovi. Agli attacchi della Chiesa e dei padroni daremo un risposta comune: quella della lotta di classe.

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