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Lotta di massa in Iran: la rivoluzione è cominciata!di Sergio Schneider (GC Milano - Zona Sud) L’ultima tornata elettorale in Iran e l’insurrezione popolare che ne è seguita rappresentano un punto di volta nella situazione politica iraniana e mediorientale più in generale. Stiamo assistendo in questi giorni alla crisi di una dittatura nata dal tradimento del movimento rivoluzionario del 1979. A trent’anni di distanza le masse iraniane sono tornate protagoniste della scena politica mostrando tutta la loro incredibile forza. Cos’è realmente una rivoluzione? È l’entrata in scena delle masse: il loro ingresso da protagonisti nell’arena politica, che rompe con gli equilibri consolidati in cui le varie cricche della classe dominante fanno semplicemente i loro accordi sulla testa di milioni di persone. Gli avvenimenti si susseguono in maniera convulsa. Come disse una volta qualcuno: durante la rivoluzione ci sono giorni che valgono come anni. Questo è quanto sta accadendo in Iran. Molti commentatori si sono mostrati sorpresi per quanto sta accadendo: per anni ci hanno spiegato che tutti i lavoratori del Medio Oriente sono capaci solo di ascoltare il mullah di turno e si ritrovano ora a dover parlare di un movimento di massa che sta sfidando il potere dello Stato degli Ayatollah. Questa esplosione delle lotte è il frutto di trent’anni di rabbia accumulata sotto la morsa di una dittatura reazionaria e dell’attuale crisi economica, che l’Iran soffre particolarmente per il crollo del prezzo del petrolio. Il martedì dopo il voto un corteo imponente di almeno un milione di persone ha sfilato per le strade della capitale. Un corteo che al momento rappresenta il punto più avanzato delle mobilitazioni in seguito alle dichiarazioni del governo che si autoproclamava vincitore, nonostante i sospetti di numerosi brogli. Che di elezioni farsa si sia trattato è ormai praticamente certo. In roccaforti storiche, tra cui la stessa Teheran, del partito di Hossein Mousavi (il leader “riformista”) i dati mostrano chiaramente un voto falsato. La cosa non ci deve stupire: l’Iran è una dittatura sotto il ferreo controllo del consiglio degli Ayatollah, che da anni incarcerano e torturano militanti politici, attivisti sindacali, studenti... praticamente tutti coloro che si oppongono a questo regime reazionario e corrotto. Le elezioni non sono altro che un modo di illudere gli iraniani di poter partecipare realmente alle scelte politiche. I recenti brogli sono un duro colpo alla credibilità di uno Stato già compromessa da trent’anni di negazione della libertà e dei più elementari diritti politici e sindacali. E infatti la reazione dello Stato non si è fatta attendere. Dopo aver imposto la chiusura dei media, la polizia ha attaccato il corteo di ieri con lacrimogeni e reparti di motociclette aprendo anche il fuoco sulla folla, causando sette morti tra i dimostranti. Ma, come Lenin spiegava, in un contesto rivoluzionario la classe dominante è sempre profondamente divisa. Alexis de Tocqueville ha detto una volta che il momento più pericoloso per un regime corrotto è quando prova a fare le riforme: verissimo, ma è altrettanto vero che non concederle non ferma affatto la rabbia popolare. Un’ala dello Stato, quella legata ad Ahmadinejad, intende andare avanti, nel tentativo di consolidare il suo potere: il loro ragionamento è: “se non aumentiamo la repressione verremo travolti!”. Il tentativo di Ahmadinejad è in fondo quello di ogni buon bonapartista borghese che si rispetti: proprio perché le contraddizioni vanno montando nella società è indispensabile una stretta reazionaria, ovviamente garantendo per sé il controllo del potere. Dall’altra parte, ci sono i riformisti, i quali ragionano così: “se non facciamo delle riforme verremo travolti!”. Paradossalmente entrambi ragione, come dimostrano i fatti di questi giorni. È significativo che lo stesso Khamenei, leader supremo del consiglio degli Ayatollah, abbia dichiarato che ora è disponibile ad un riconteggio “parziale” dei voti, nel disperato tentativo di fermare la mobilitazione popolare. Solo pochi giorni prima non si era fatto scrupolo di dichiarare regolare l’elezione. La confusione della classe dominante è grande solo quanto la sua paura. I leaders riformisti sono i primi ad avere il terrore di quanto sta accadendo. Tutta la dirigenza del partito di Mousavi, nonché Mousavi stesso, non sono nient’altro che un settore della classe dominante “contrapposto” al regime attuale. Figurano tra le sue file ex ministri degli interni, uomini delle forze di sicurezza, e così via... Non a caso, in seguito alla dimostrazione di forza di martedì stanno facendo di tutto per frenare le mobilitazioni. Mousavi ha cercato di impedire lo svolgimento di una manifestazione per oggi, con il pretesto di salvare le vite dei suoi sostenitori. La codardia dei riformisti è senza limiti come si vede. Le masse iraniane, scendendo in piazza, sapevano bene che si sarebbero scontrate con l’apparato repressivo dello Stato. Mousavi in realtà intende dire che devono stare tranquilli non perché tema per la loro testa, ma perché teme per la propria... L’età media in Iran è molto bassa: appena 27 anni. In altre parole: per la maggior parte della popolazione l’attuale regime ha abbondantemente perso quell’alone di incorruttibilità all’indomani del tradimento del ’79. La credibilità degli stessi riformisti è quindi appesa a un filo: tutti i loro sforzi sono concentrati a far sì che le mobilitazioni non proseguano e non facciano un salto di qualità Lo spettro che temono ha un nome molto preciso: si chiama sciopero generale. Se fin qui infatti i protagonisti delle mobilitazioni sono stati gli studenti e le donne. La classe operaia iraniana rischia ora di prendere la testa delle mobilitazioni, così come accaduto nel ’79. In questo momento Mousavi ha parzialmente il controllo della situazione. È normale che in uno Stato in cui per trent’anni è stata impedita l’attività sindacale e la creazione di partiti operai, esista un’oggettiva confusione di prospettive nella testa delle masse iraniane. Molti vedono Mousavi come un’alternativa allo stato attuale di cose, ma il suo controllo nonostante tutto è molto debole. Già da prima delle elezioni, una serie di scioperi nel paese aveva mostrato un nascente protagonismo operaio, ma il contesto ora può preludere ad un cambiamento qualitativo. Le reazioni internazionali mostrano in modo molto chiaro quanto siano progressiste sia le “democrazie occidentali”, sia le cosiddette potenze “emergenti”. Obama, dal canto suo, vede con preoccupazione una situazione che gli rompe letteralmente le uova nel paniere. L’Iran infatti è diventato un interlocutore fondamentale per gli USA, nel loro tentativo di risolvere i due nodi centrali della loro politica estera: Palestina e Iraq-Afghanistan. La collaborazione del regime iraniano è, infatti, un tassello fondamentale per poter disimpegnare le truppe statunitensi in Iraq e approfondire la “guerra al terrorismo” in Afghanistan, dove le difficoltà della NATO ormai sono sempre più evidenti. Obama sperava inoltre di poter risolvere la questione palestinese con un accordo tra le potenze imperialiste locali. Ma l’imperialismo dimostra ancora una volta di non essere in grado di stabilizzare proprio nulla. Se alla fine Ahmadinejad riuscisse a prevalere per i tradimenti dell’opposizione riformista, questo darebbe forza ai falchi israeliani. Se prevalesse la rivoluzione, si aprirebbero invece scenari di lotta in tutto il Medio Oriente, dominato al momento da regimi deboli e corrotti, capaci di reggersi in piedi solo attraverso una repressione interna spietata. Si spiegano così i “dubbi” e le “perplessità” delle autorità USA di fronte a brogli elettorali, polizia che spara sulla folla, media censurati, ecc... D’altra parte sappiamo bene che la memoria degli USA in difesa dei “diritti umani” è piuttosto selettiva. Se gli iraniani possono ringraziare per il rovesciamento di Mossadegh del ’53 ad opera della CIA, e per la successiva dittatura dello Sha, i venezuelani potranno ricordare loro come nel non lontano 2002 gli USA rispettarono il mandato presidenziale di Chàvez con il (tentato) colpo di Stato di Carmona. Per quanto riguarda le potenze emergenti (Cina e Russia) - quelle che dovrebbero “democratizzare lo scenario politico internazionale” - non hanno trovato di meglio da fare che complimentarsi direttamente con Ahmadinejad per la vittoria, come riferito dalla portavoce del Cremlino al vertice di Shanghai di questi giorni. Evidentemente la “democratizzazione delle relazioni internazionali” non passa per i diritti dei lavoratori iraniani, per non parlare di quelli cinesi e russi... Quello che accadrà in futuro non è possibile prevederlo. Né questo è il compito dei comunisti. Anzitutto il nostro compito è quello di solidarizzare con il movimento iraniano in Italia dove ci è possibile farlo. In secondo luogo le masse iraniane ci hanno ricordato una cosa preziosa: mai nella storia, quando un popolo ha percepito la possibilità di cambiare realmente le cose si è tirato indietro, nonostante tutte le difficoltà e l’apparente forza dei suoi avversari. Cinismo, pessimismo sono ospiti molto sgraditi in questo momento nelle strade di Teheran. In definitiva la lezione iraniana è una sola: lottare si può, vincere è necessario! Milano, 16 giugno 2009 Scarica l’articolo in PDF | |||
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