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Rialzare la testa, ripartire dalle lotteAnalisi del voto e prospettive per i Giovani Comunisti
di Emanuele Cullorà (Coordinatore GC Milano) e Davide Bordini (Responsabile formazione politica - Coordinamento GC Milano) Il 6 e il 7 giugno si sono svolte le elezioni europee accompagnate a Milano dalle amministrative provinciali. A una settimana dalla chiusura delle urne scriviamo qualche considerazione e riflessione sui risultati del voto. Iniziamo dal voto europeo. Ciò che registriamo, innanzitutto, è - come al solito - un forte astensionismo. Il 57% (un vero record negativo) dei cittadini europei aventi diritto non si è recato alle urne. È questo un chiaro segnale di lontananza e disaffezione da un organismo che, nel migliore dei casi, viene percepito come inutile, quando non dannoso. D’altronde, se da Bruxelles provengono direttive come la Bolkestein e proposte quali l’innalzamento del tetto di ore di lavoro a 65 settimanali, non c’è molto da stupirsi. L’Europa di Maastricht e del Trattato di Lisbona è stata pensata e strutturata per essere un grande dispositivo economico-legislativo, che permettesse di sviluppare ulteriormente il libero mercato e la libera circolazione delle merci sul nostro continente. Finora è parsa molto più un paradiso per le grandi banche e per le grandi multinazionali, che non quella fonte di elargizione e tutela di diritti per cui viene spacciata. IL CROLLO DEL RIFORMISMO Se passiamo dai risultati del non-voto a quelli del voto, il primo dato politico che dobbiamo sottolineare è la sconfitta e l’arretramento su scala continentale dei grandi partiti socialdemocratici. Il PPE è il primo partito, batte il PSE in tutti i grandi paesi d’Europa e ottiene una maggioranza al Parlamento di 90-100 seggi. Così come la forte astensione deriva dalla percezione negativa delle istituzioni europee, la pesante sconfitta elettorale del PSE è conseguenza delle politiche che i partiti ad esso affiliati hanno messo in campo nei rispettivi paesi. Non è possibile non tenere conto dello scenario all’interno del quale queste elezioni si sono svolte: un contesto di forte crisi che da mesi attanaglia l’economia europea e quella globale e che condiziona, ormai sempre di più, la vita dei lavoratori e delle loro famiglie. La crisi e le proposte per combatterla hanno rappresentato, dunque, il fattore determinate nell’orientare il voto dei lavoratori su scala continentale. In questo senso le domande decisive che ci dobbiamo porre sono: quale strategia ha adottato il PSE rispetto alla crisi? Ha saputo promuovere politiche in difesa dei lavoratori? Un importante esponente del PSOE spagnolo, Joaquin Almunia, dopo la clamorosa sconfitta, ha dichiarato: «la socialdemocrazia europea non ha una ricetta per uscire dalla crisi». In realtà la ricetta c’è, il problema è che essa si è rivelata palesemente inadeguata. Ormai da anni le formazioni socialdemocratiche sostengono ovunque privatizzazioni e tagli allo stato sociale in nome delle “compatibilità di sistema” o della cosiddetta “terza via”. Spesso sono, anzi, le forze politiche che con maggior convinzione si schierano a difesa di tali politiche - soprattutto in questa fase in cui la destra, invece, elargisce un po’ ovunque ampi finanziamenti pubblici alle grandi banche e aziende in crisi. In Portogallo, Bulgaria e Ungheria - tutti stati in cui governa - la sinistra riformista perde nettamente nei confronti della destra. Anche nella Spagna di Zapatero il PSOE si ferma al 38% e non è più il primo partito, mentre i Popolari, che sembravano spariti dopo la sconfitta alle politiche, resuscitano e vanno al 42%. Il caso più significativo resta comunque la Gran Bretagna, dove si registra la sconfitta più eclatante. I Laburisti, avendo ottenuto solo il 16% dei consensi, chiudono con il peggior risultato dal 1918, e vengono superati sia dai Conservatori (30%) sia dagli anti-europeisti del UKIP (UK Independence Party) al 20%. Preoccupante il dato del BNP (British National Party), partito xenofobo e neo-fascista, che riesce per la prima volta a eleggere un eurodeputato. È triste da dire dire, ma quasi quindici anni di governo del Labour Party - prima con Tony Blair, ora con Gordon Brown - hanno coinciso con privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale e, dulcis in fundo, con una politica estera fatta di interventismo militare (Afghanistan e Iraq) sfrenato. Lo scandalo dei rimborsi pubblici, che pure ha giocato un ruolo importante per l’esito del voto, va inserito e letto in questo contesto. La Grande Coalizione in Germania fa sprofondare l’SPD al 21%, di contro al 38% della CDU; mentre in Francia il Partito Socialista non arriva neppure al 17% e perde oltre dieci punti percentuali rispetto alle europee 2004, dimostrando così che neppure l’opposizione fa avanzare le posizioni socialdemocratiche. Il dato che emerge più forte è, dunque, una crisi verticale del riformismo: una crisi che mette in luce l’inadeguatezza delle sue proposte politiche e l’incapacità di quelle forze che le portano avanti di mostrare una via d’uscita dalla crisi che risulti credibile agli occhi dei lavoratori. Le socialdemocrazie d’Europa non sono percepite più come un’alternativa ai partiti di centro-destra. La crisi apre spazi alla demagogia della destra estrema la quale, dal canto suo, offre risposte facili a problemi gravi e reali come quello della casa e della disoccupazione. Questo è un altro dato politico da sottolineare. Il timore per un futuro vissuto sempre più come incerto e precario si traduce così, un po’ in tutta Europa, in un aumento dei voti alle formazioni razziste e xenofobe. Abbiamo già detto del UKIP e del BNP in Gran Bretagna; altri esempi eclatanti sono il Partito del Popolo Danese, che in Danimarca raggiunge il 15%, e il partito di estrema destra ungherese Jobbik che, con una campagna elettorale interamente condotta contro i rom, arriva all’8%. L’exploit della Lega in Italia si inserisce in questa cornice. Tuttavia il quadro non è totalmente negativo. Le formazioni della sinistra cosiddetta “radicale”, comunista, o comunque non socialdemocratica, infatti, chiudono con un bilancio piuttosto positivo. In Francia il fronte capeggiato dal PCF prende il 6,3%, mentre l’NPA è al 4,8%; in Portogallo PCP e Bloco de Esquerda raggiungono il 20%; in Germania la Linke si attesta al 7%, mentre in Grecia l’ottimo risultato del KKE (8%) si somma a quello del Syriza (5%). Decisivo è per tutte queste formazioni un dato che non possiamo non sottolineare con forza: il fatto che non si sono mai compromesse con governi di coalizione con forze borghesi (ad eccezione del PCF, la cui ultima partecipazione al governo risale però alla metà degli anni ‘90) o che addirittura contro tali proposte di coalizione sono nate - è il caso della Linke. Emblematica la situazione della Grecia, dove KKE e Syriza hanno rappresentato le punte più avanzate all’interno di una stagione eccezionale di lotte sociali e di scioperi che ha investito l’intero paese. Su tale capacità di stare dentro lotte e di porsi come riferimento alternativo alla destra e alla socialdemocrazia queste forze hanno costruito il proprio successo elettorale. La crescita delle destre estreme da un lato e delle sinistre non socialdemocratiche dall’altro, anche se spesso materializzata in numeri che ancora non arrivano alla doppia cifra, è una prima spia di una polarizzazione sociale che rappresenta una delle conseguenze più naturali della crisi economica. IL VOTO IN ITALIA Veniamo al dato italiano. Innanzitutto dobbiamo dire che il tanto evocato plebiscito a favore di Berlusconi non c’è stato. Il PDL non sfonda, e il sogno “napoleonico” del Premier di governare da solo con il 51% dei consensi è ancora lontano. Tutto ciò non inciderà sull’autoritarismo di questo governo, sicuramente però avrà conseguenze sulla stabilità interna dell’Esecutivo, che finora sembrava unito e compatto come un sol uomo. Il Cavaliere dovrà fare i conti ancora per un po’ con un alleato di governo - la Lega - che aumenta i propri consensi e che, per forza di cose, vorrà e dovrà pesare di più all’interno dell’Esecutivo. Il 10% raggiunto dalla formazione di Bossi a livello nazionale vuole dire, in ampie zone del Nord, il 20% e cioè: un vero e proprio testa a testa con il PDL. Viene infranto anche il tabù dell’Emilia Romagna, dove la Lega è in fortissima crescita. Bossi raccoglie i frutti di una demagogia che alla crisi oppone una ricetta tanto semplice e chiara, quanto sbagliata: addossare la colpa di tutto agli immigrati “brutti, sporchi e cattivi” che vengono in Italia per delinquere e sottrarre casa, pane e lavoro. Tale proposta facile intercetta in questo momento la rabbia, le preoccupazioni, il senso di insicurezza e di incertezza di un’ampia fascia di persone, in particolar modo nel Nord del paese. Il PD, in crisi verticale nonostante Franceschini dica il contrario, non si oppone a tale politica. Anzi, nel disperato tentativo di raccogliere qualche manciata di voti in più, in molti casi cerca addirittura di scavalcare a destra la Lega, con figure patetiche di sindaci sceriffi e promesse di stanziamento di ingenti fondi destinate al capitolo sicurezza - si pensi ai casi del Comune di Bologna con Cofferati e della Provincia di Milano con Penati. Tutto ciò, però, non porta i frutti sperati, e così i voti vanno o direttamente a destra (è pur sempre meglio l’originale rispetto alla copia) oppure a quel partito che è percepito come l’unica vera opposizione a Berlusconi: l’Italia dei Valori. Premiata dalla forte esposizione mediatica e dalla demagogia del suo leader, la formazione di Antonio Di Pietro guadagna voti e raggiunge l’8%, raccogliendo il voto di molti elettori di sinistra scontenti che hanno visto nelle sue battaglie per la legalità ciò che troppo spesso il PD non ha fatto fino in fondo, soprattutto in Parlamento. Nonostante l’appoggio di alcuni dirigenti FIOM e CGIL, e nonostante Di Pietro in persona abbia partecipato alle assemblee di molte fabbriche in crisi durante tutta la campagna elettorale, dobbiamo ricordare che l’IdV non è né un partito dei lavoratori, né tanto meno un partito che tutela realmente i loro interessi. Un partito che non si definisce né di destra né di sinistra, che sostiene di stare sia con i lavoratori sia con gli imprenditori “onesti” e che in Europa vota a favore delle 65 ore di lavoro settimanali, non può rappresentare una alternativa per la classe lavoratrice di questo paese. Saranno i licenziamenti e le lotte per difendere i posti di lavoro a diradare la cortina populistica che l’IdV getta negli occhi dei lavoratori. Quella di Di Pietro è una formazione che porta avanti un populismo esattamente speculare a quello di Berlusconi: guadagna consenso solo nella misura in cui a sinistra nessuna forza è in questo momento in grado di porsi in maniera chiara e coerente a difesa dei lavoratori, contro Berlusconi ma anche (e soprattutto) contro il suo governo e gli interessi che quel governo tutela e difende. A sinistra del PD nessuno supera lo sbarramento del 4% e la Lista Comunista e Anticapitalista con il 3,4% si avvicina molto alla soglia, ma non la raggiunge. Il dato non è così negativo se pensiamo che l’alleanza PRC e PdCI prende da sola più di tutta la Sinistra Arcobaleno. Tuttavia, va detto con franchezza che passare lo sbarramento era un obbiettivo importante e non è stato raggiunto, nonostante la campagna elettorale abbia visto la partecipazione generosa e convinta della stragrande maggioranza dei compagni - e in particolare dei Giovani Comunisti. La matematica dice che i voti necessari a passare il quorum si sono distribuiti tra la scissione di Vendola (passata in Sinistra e Libertà) e il PCL di Ferrando. Molti, poi, gli elettori del PRC che non sono andati a votare. La politica, però, non si fa con le somme e con le sottrazioni. Ciò a cui dobbiamo guardare è, dunque, la proposta politica sulla base della quale chiedevamo un voto. La prima considerazione da fare, in questo senso, è che ancora paghiamo le conseguenze dell’esperienza nel governo Prodi e la subalternità alle politiche di quel governo. Come avviene in tutta Europa, anche in Italia i lavoratori non perdonano e mandano a casa i propri rappresentanti, qualora questi tradiscano la loro fiducia e le loro aspettative. Riguadagnare tale fiducia non è un lavoro semplice - e tuttavia va fatto. La radice profonda del risultato non sta dunque nell’ultimo anno, ma va ricercata risalendo almeno fino al biennio 2006-2008. Registriamo, poi, che c’è ancora poca chiarezza rispetto al nostro posizionamento nei confronti del PD. Nonostante, infatti, la tanto dichiarata autonomia, in molte regioni, province e giunte comunali governiamo ancora insieme a loro. Le nostre posizioni patiscono la subalternità nei confronti di un partito che propone politiche apertamente schierate dalla parte di Confindustria e delle imprese. Invece di stare attenti ad ogni parola che diciamo o scriviamo nel programma perché potrebbe urtare la sensibilità di qualche dirigente democratico, dovremmo cominciare a porci apertamente in alternativa non solo al PDL, ma anche al PD - e dovremmo farlo non solo a parole, ma nei fatti, diventando un riferimento per i lavoratori, italiani ed immigrati, e lottando per i loro diritti, sociali e civili. L’esperienza delle sinistre in Europa dimostra che questa è l’unica via per il radicamento. Infine, il simbolo. È stato giusto riproporre la falce e il martello come simbolo elettorale. Tuttavia il simbolo non è sufficiente. Non basta la nostra mera esistenza come comunisti a farci avanzare nella società, e quindi anche in termini elettorali. Alla forma va affiancata la sostanza. Ai simboli vanno affiancati programmi chiari e pratiche politiche quotidiane volte al radicamento nei posti di lavoro e nelle scuole. Il partito va costruito là dove il conflitto nasce e si sviluppa, portando avanti un programma chiaro di rottura con quel sistema che è la causa reale della crisi economica. Il dato elettorale mostra che c’è spazio a sinistra (quasi il 7% dei voti se sommiamo Lista Anticapitalista e Sinistra e Libertà). Non sarà, però, un’ulteriore operazione di ingegneria politica a permetterci di ritornare a crescere e, dunque, a pesare maggiormente anche in termini elettorali. Non è possibile proporre ad ogni piè sospinto esperimenti poco chiari che durano solo il tempo di una campagna elettorale, per poi naufragare subito dopo. Si tratta, invece, di ritornare ad agire nel pieno del conflitto di classe, costruendo l’unica vera unità che ci sta a cuore: quella delle mobilitazioni e delle lotte. Di fronte alla crisi economica, alla crisi del riformismo e all’autoritarsimo di un governo arrogante e fortemente orientato a destra, questo è l’unico modo per rilanciare e radicare l’opposizione e il nostro partito. Il nostro lavoro di radicamento, perciò, non può e non deve fermarsi alla campagna elettorale. E, in questo senso, c’è ancora molto da fare. IL VOTO A MILANO TRA LEGA PD Il partito a Milano consegue un risultato storico in senso negativo (il 2,3%) e consegna al dibattito della sini stra importanti interrogativi rispetto a quali debbano essere le strade da percorre, non solo per riorganizzare la presenza dei comunisti tra i giovani e i lavoratori, ma anche per organizzarne la riscossa. È una lezione che come Giovani Comunisti dobbiamo apprendere fino in fondo. Molti fattori hanno pesato. Sicuramente il ruolo estremamente moderato e reazionario giocato dal PD, e dalla giunta Penati, ha favorito un progressivo spostamento della città a destra. Quanto più Penati si spingeva a sostenere le privatizzazioni e le politiche repressive, dichiarando addirittura di voler finanziare le ronde legalizzate dal Pacchetto Sicurezza, tanto più partiti come la Lega avevano vere e proprie autostrade per diffondere le proprie idee reazionarie. Non sorprende, quindi, che un lavoratore o un giovane sia più vulnerabile al veleno del razzismo: questa è la risposta dei padroni alla crisi economica e i partiti della destra ne danno una diretta interpretazione. Semplicemente, come già detto, i lavoratori scelgono l’originale e non la copia. A questo si dovrebbe aggiungere, come per il voto europeo, la forte frammentazione della sinistra. Sicuramente, in questo senso, va sottolineato fortemente il ruolo pernicioso giocato da Sinistra e Libertà che, alleandosi con Penati, ne ha costituito la stampella a sinistra, disorientando il nostro elettorato. Del resto questo comportamento è nel DNA di queste formazioni della sinistra moderata. Esse assolvono perfettamente al compito che il PD comanda loro: avere una sinistra satellite del bipolarismo, perfettamente addomesticata ed inquadrata nelle compatibilità del capitalismo - una sinistra che dimentichi le lotte, e si limiti ad abbellire il capitalismo, avendo come unico orizzonte per la propria attività politica l’amministrazione. Tutto ciò è stato, troppo spesso, la maschera “democratica” dietro alla quale si nascondeva la distruzione sistematica dei diritti dei lavoratori. Lo stesso valga per l’IdV. Sarebbe sbagliato, però, analizzare un esito elettorale negativo solo dal punto di vista degli altri partiti politici. A differenza dei partiti dei grandi industriali noi non nascondiamo il nostro dibattito interno e le riflessioni che facciamo anche sul nostro operato, né ne facciamo gossip per riempire le pagine dei grandi quotidiani. Pensiamo, invece, che sia necessario un dibattito scrupoloso sulle cause della sconfitta che non hanno le proprie radici nella campagna elettorale. Come a livello nazionale il PRC soffre ancora pesantemente la pesante e drammatica eredità dell’esperienza del governo Prodi, così su scala milanese patisce le conseguenze dell’accordo con il centro-sinistra locale. Aver prima deciso di partecipare alla giunta provinciale guidata da Filippo Penati per poi uscirne (giustamente ma nel modo più improvviso) a pochi giorni dal voto ha aumentato la confusione dei lavoratori della città. In particolare, i lavoratori non hanno compreso come mai per quasi cinque anni Penati avrebbe rispettato un programma che avrebbe smesso di rispettare solo dodici giorni prima del termine della legislatura. L’esperienza della giunta Penati era, in realtà, già politicamente chiusa e da molto tempo - forse addirittura fin dal suo stesso atto di nascita. Tutto lo sbilanciamento istituzionale che, fino ad ora, ha pervaso il PRC milanese lo ha reso insufficiente in questa campagna elettorale e ha reso vano anche quanto di buono può essere stato fatto dagli sforzi degli ex assessori provinciali. Sia chiaro: nelle istituzioni bisogna lottare e denunciare i ripetuti attacchi ai diritti dei lavoratori, fatti di tagli, privatizzazioni e politiche repressive. Rimane da domandarsi cosa ci sia da governare con forze politiche, come il PD, così apertamente filo-padronali e vicine ai poteri forti, soprattutto qui a Milano. Per tornare a parlare alla gente sarà necessario recidere quei lacci e lacciuoli che ancora immobilizzano il nostro partito nel metodo e nel programma e che possono risultare ancor più dannosi ora che la rappresentanza istituzionale in Provincia si è ridotta a un solo consigliere. È evidente come, per quanto Penati si accinga ad affrontare il ballottaggio con dieci punti di svantaggio, il prezzo più salato sia stato pagato dal PRC. La lezione che dobbiamo imparare è sempre la stessa, e vale anche a Milano: se un partito comunista non è in grado di incarnare i desideri e la rabbia dei lavoratori e dei giovani, questi ultimi lo vedono come inutile e come tale lo trattano. CONTINUEREMO A LOTTARE Per quanto il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti continuino a sostenere che la crisi in Italia, e in Europa, va progressivamente attenuandosi, la realtà è tristemente diversa. Come tutte le crisi di sovrapproduzione del capitalismo, le chiusure di aziende con la conseguente perdita di posti di lavoro è ancora di là dal manifestarsi pienamente. La disoccupazione a livello europeo è salita al 9,6% (dati Commissione Europea) e da qui all’autunno la borghesia italiana dovrà gestire licenziamenti di massa, anche come conseguenza della fine dei regimi di cassa integrazione e mobilità. Non sorprendono, quindi, le ripetute richieste da parte di Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, di sviluppare controriforme del lavoro. Per la regina del padronato italiano è questo «il momento giusto». E, infatti, con la CGIL in un angolo e i comunisti fuori dalle istituzioni, la borghesia spinge il governo Berlusconi a non fermarsi al Pacchetto Sicurezza, ma a mettere mano anche al capitolo pensioni, dopo aver già mosso attacco al Contratto Nazionale. Il Ministro dell’Istruzione Gelmini annuncia che per l’autunno sarà pronta la controriforma dell’Università che, attraverso la costruzione dei poli d’eccellenza, punterà ad abolire il valore legale del titolo di studio - un sogno, questo, a lungo accarezzato dal padronato italiano, che vuole una scuola che riproduca, acuisca e perpetui le diseguaglianze sociali: da un lato la classe “dirigente” fatta di imprenditori e bachieri, dall’altro i lavoratori salariati e i loro figli, formati per quel tanto che basta affinché possano lavorare e continuare ad essere lavoratori salariati. Tale inasprimento della selezione di classe, unita a quella amministrativa nelle scuole superiori con il voto di condotta, porrà le condizioni per una nuova ondata di lotte studentesche. A noi Giovani Comunisti spetta il compito di assimilare la principale lezione che proviene da queste elezioni: per rompere l’isolamento delle mobilitazioni e dare loro un carattere di massa è necessario in prima battuta rompere con la pesante eredità dell’istituzionalismo che ha pervaso il PRC in questi ultimi anni e che, a livello giovanile, si è tradotto nel cinismo di un apoliticismo senza scrupoli. Ricostruire un’organizzazione al servizio dei giovani e dei lavoratori, in grado di offrire una lettura di classe della crisi del capitalismo e un patrimonio di metodi e programmi capaci di dare una strategia a queste lotte: questa è la stella polare che deve guidare un lavoro faticoso ma necessario. Molti saranno i giovani che, spinti dagli attacchi della destra e dei padroni, cercheranno una via d’uscita e un canale per esprimere la propria rabbia. Negli anni passati tutto questo si traduceva in straordinari al lavoro e di uno studio più intenso a scuola: lavorare di più per superare i bassi salari e studiare di più, senza occuparsi d’altro, per uscire dalla scuola il più in fretta possibile. Ora la crisi del capitalismo dimostra, senza appello, quanto questi sforzi siano vani: si è licenziati anche se si sono accettate le peggiori condizioni e non si trova lavoro anche se si è studiato sotto i ritmi più impensabili. La rabbia che scaturirà dalle aziende e dalle scuole sarà una rabbia contro il governo e, implicitamente, contro le vergognose ingiustizie di questa società. Sconfiggere governo e padroni è possibile, ma per riuscirci abbiamo la necessità di riappropriarci di quell’enorme patrimonio del movimento operaio capace di mettere al centro la lotta di classe. Solo battendo questa strada sarà possibile riannodare i fili di una opposizione di classe che troppe forze padronali vorrebbero morta e sepolta e che temono possa rinascere. Noi continueremo a lottare: se è vero che non c’è altra futuro per noi che quanto saremo in grado di guadagnare, allora il nostro futuro sarà nella nostra lotta. E quindi nelle nostre mani. Milano, 14 giugno 2009 Scarica l’articolo in PDF | |||
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