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Rialziamo la testaPerché votare Rifondazione Comunista e la Lista Anticapitalista alle elezioni provinciali ed europee
di Emanuele Cullorà (Coordinatore Giovani Comunisti Milano) Il 6 e 7 giugno Rifondazione Comunista si presenterà alle elezioni provinciali, con il proprio simbolo e alle elezioni europee con il simbolo della Lista Comunista e Anticapitalista. Sul terreno del lavoro, anche grazie al collaborazionismo di CISL e UIL, vanno definendosi gli ultimi punti del famigerato accordo separato che prevede la progressiva distruzione del Contratto Nazionale di lavoro - fino ad ora l’ultima difesa che le controriforme del lavoro (Pacchetto Treu, Legge 30 e Protocollo Welfare) non erano ancora riuscite a sopprimere. Il futuro lavorativo cui va incontro la nostra generazione è fatto di contratti di collaborazione (stagionali e a tempo determinato) privi non solo di ogni forma di tutela sociale ma anche di un inquadramento normativo nazionale. Ora il governo sta cercando di mettere mano al Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro per togliere ogni responsabilità agli industriali in caso di infortuni e morti sul posto di lavoro: è sotto gli occhi di tutti il fatto che i lavoratori e i giovani stiano già pagando la crisi sotto tutti i punti di vista. Per quanto riguarda i diritti sociali la destra non si è fatta mancare proprio nulla: dalla conquista dell’informazione pubblica (ora sotto il rigido controllo del Presidente del Consiglio) all’approvazione del Pacchetto Sicurezza non c’è settore dei nostri diritti più complessivi che non sia al centro dei loro interessi. L’approvazione del Pacchetto Sicurezza alla Camera introduce il reato di immigrazione clandestina, chiudendo il cerchio della Legge Bossi-Fini: tutti gli immigrati disoccupati che non potranno ottenere il permesso di soggiorno saranno considerati delinquenti. Considerata da un altro punto di vista, questa legge permette alla Confindustria di utilizzare solo la quantità di immigrati di cui ha, di volta in volta, necessità: di fatto, siamo di fronte a una vera e propria tratta di schiavi salariati. La retorica sulla sicurezza, ad ogni modo, nasconde il vero intento del governo: distogliere l’attenzione degli studenti e dei lavoratori dai problemi reali del nostro paese, quello occupazionale e salariale su tutti. Da qui discende la campagna discriminatoria contro ogni forma di “diversità”: immigrati, omosessuali, centri sociali, sindacalisti, comunisti e chiunque tenti di combattere questa cappa soffocante. Non stupisce, quindi, la lotta per il controllo della tv pubblica e dei mezzi d’informazione in generale: punti strategici per la diffusione su vasta scala di una campagna revisionista che, partendo dall’equiparazione di partigiani e repubblichini e spingendosi fino alle riabilitazioni del regime fascista, tenta di sdoganare ideologicamente gli attacchi che il governo va muovendo fino in fondo. Se mai qualcuno avesse avuto dei dubbi, a un anno di distanza il Partito Democratico ha dato definitivamente mostra di non essere un partito di opposizione, bensì l’espressione di un settore del padronato del nostro paese. Non c’è un solo terreno di conflitto che abbia visto il PD prendere una decisione netta e precisa. Dall’accordo separato al federalismo fiscale, per finire con l’appoggio sui rimpatri forzati degli immigrati, Franceschini e compagnia non hanno mai saputo esprimere le esigenze popolari della lotta di classe del nostro paese. Anche ora, in piena campagna elettorale, l’opposizione del PD non va oltre le scaramucce sulla vita personale del Presidente del Consiglio. Non è sufficiente che Franceschini cerchi di alzare il tiro delle polemiche se poi la natura, il programma e gli agganci economici e finanziari del Partito Democratico lo consacrano ad essere un altro bastione della difesa dei privilegi di questa società. Se è vero che la crisi economica è al centro della campagna elettorale, è altrettanto vero che ogni forza politica che tenta di opporsi a Berlusconi cerca di cavalcare proprio le difficoltà che la crisi impone ai lavoratori. Ce n’è per tutti i gusti: da Di Pietro che scopre le fabbriche, a Vendola che propone un nuovo patto per il lavoro, passando per chi, come Penati, dichiara che l’uscita dalla crisi consiste nel regalare ancora più soldi ai privati e alle imprese. In una recente trasmissione televisiva Di Pietro ha dichiarato di voler colmare il vuoto che si è creato a sinistra in Parlamento. Ma, al di là degli anatemi giustizialisti che si possono lanciare contro il “regime mediatico” e il conflitto di interessi, l’unico modo per comprendere se l’Italia dei Valori possa realmente incarnare le aspirazioni di studenti e lavoratori che vanno alla ricerca di un voto d’opposizione è quello di andare a fondo nei contenuti del programma di quel partito. Se è vero che, in un periodo di crisi economica, ogni misura seria per rilanciare il tenore di vita dei lavoratori e dei giovani è destinato a confliggere con gli interessi dei padroni del nostro paese, allora si può dire tranquillamente che il programma dell’IdV non va in questa direzione, su nessuno dei temi fondamentali. Se sulla scuola non si va al di là di un generico aumento dei finanziamenti alla scuola pubblica e si tace su tutte le controriforme, sul tema del lavoro non viene detto che il gruppo dei Liberaldemocratici, cui l’Italia dei Valori appartiene nel Parlamento europeo, ha votato a favore dell’aumento dell’orario settimanale di lavoro a 65 ore e, soprattutto, della direttiva Bolkestein: il dispositivo di legge che permette agli industriali del continente di aggiudicarsi la possibilità di applicare a un lavoratore, trasferitosi da una paese all’altro, retribuzioni e diritti del paese di provenienza. Il giochino è semplice: avere lavoratori albanesi o rumeni in Italia pagati e trattati con le condizioni di lavoro di Albania e Romania. In questo modo ai padroni del nostro paese sarà possibile continuare a dividere i lavoratori attraverso una spietata guerra tra poveri da cui gli unici a trarre guadagno saranno proprio i padroni. Ad ogni modo, potremmo continuare a lungo rispetto alla questione delle privatizzazioni dei servizi sociali o della grandi opere ma è chiaro quanto l’esperienza reale e quotidiana di ciascuno di noi in fabbrica, in ufficio o a scuola valga più di mille programmi e ci consegni una lezione semplice ma di vitale importanza: chi difende questa società così com’è, non difende i nostri interessi. Si può fare la più grande demagogia sul conflitto d’interessi e sullo strapotere televisivo di Berlusconi, ma sono argomentazioni che vanno in cenere se non vengono affiancate da un programma che rompa con quelle strutture economiche di fondo che permettono al Presidente del Consiglio di concentrare nelle proprie mani tutto questo potere. Che il circuito elettorale dia la possibilità di ritagliarsi un certo spazio con la compiacenza di chi detiene la proprietà dei grandi mezzi di informazione è cosa assodata. Più grave è forse il danno che se ne può fare gettando confusione sulla difesa dei nostri interessi. La lista “Sinistra e Libertà” rappresenta proprio il prodotto in provetta di questa operazione: il tentativo di ricostituire i Democratici di Sinistra in sedicesimi, portando avanti una offensiva furiosa contro i riferimenti ideologici del comunismo. Tanta foga è presto spiegata: per una forza politica che ha nel proprio orizzonte l’alleanza strategica con il PD, accreditarsi alla corte di Franceschini significa portare in dote un’operazione che serva ad attaccare, soprattutto per le elezioni europee, la Lista Comunista ed Anticapitalista. Ma, essendo noi di Rifondazione Comunista, abbiamo il dovere di entrare nel merito delle parole d’ordine di questa nuova forza politica. Il perno attorno a cui ruota tutta la propaganda della formazione di Vendola è riassumibile nell’espressione: “un altro centrosinistra è possibile”. Da qui l’orientamento al PD a tutti i livelli. Circa il programma, al di là della miriade di aggettivi che dovrebbe caratterizzare questa “nuova sinistra”, non troviamo sostanzialmente nulla di nuovo rispetto alla famigerata impostazione che fu propria della Sinistra Arcobaleno. Si va da un nuovo patto per uno “nuovo sviluppo”, alle dichiarazioni di ecologismo; dall’Expo riformabile in nome della “città metropolitana”, ai finanziamenti alla scuola pubblica. Fin qui, niente di strano: è il classico programma riformista di una forza che vede nel capitalismo un sistema ancora profondamente riformabile.
Siamo consapevoli che non sarà sufficiente un voto per fermare gli attacchi che la destra e i padroni stanno muovendo contro i nostri diritti. Solo il conflitto sociale avrà l’ultima parola nella difesa dei nostri interessi materiali. Tuttavia, avere una rappresentanza comunista in Provincia e al Parlamento Europeo è fondamentale per cominciare a porre un argine a questa fortissima offensiva della destra. Un voto a Rifondazione e alla Lista Comunista e Anticapitalista è un voto d’opposizione che non ha ambiguità: il nostro anticapitalismo sta tutto nella consapevolezza di voler portare le nostre battaglie ovunque esse possano acquisire un’eco e la forza necessaria a combattere lo sfruttamento e ad annientarlo. È per questo motivo che non può esistere voto utile al PD o ad altri in grado di fermare Berlusconi: abbiamo già pagato a caro prezzo la dura lezione del centrosinistra. Ora è il momento di contare sulle nostre forze e il primo passo da muovere lungo questa direzione è quello di dare un segnale: non vogliamo patti con i potenti, con i padroni, con chi fa fortune oscene sul nostro lavoro e sulla nostra vita. La crisi del capitalismo dimostra ogni giorno di più come ci sia bisogno di lottare per una società economicamente e politicamente diversa da questa, in cui le leve fondamentali siano gestite democraticamente dai lavoratori per il bene dei lavoratori e non da una cupola di imprenditori e dai loro rappresentanti. Riappropriarsi di una lotta per rilanciare le migliori tradizioni del movimento operaio è il modo migliore per ridare dignità a quella tradizione comunista che in tanti si affannano a dichiarare morta e sepolta, ma che nonostante ciò continua a rimanere l’unica risposta credibile alla crisi generale del capitalismo. È il momento di cominciare a rialzare la testa: per questo il 6 e 7 giugno ti invitiamo a votare Rifondazione Comunista alla Provincia e la Lista Comunista e Anticapitalista alle elezioni europee. Milano, 31 maggio 2009 Scarica l’articolo in PDF | |||
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