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Da liberazione del 14/10/2007

Playleft, studenti e precari sperimentano a Milano

A.A.A. Giovane Sinistra cerca nuovi spazi

Checchino Antonini Milano nostro inviato

«La sinistra ha bisogno della gente, del conflitto, dell’incontro tra i corpi e tra le intelligenze, di vivere nella complessità delle relazioni. Non è un’architettura di piattaforme». Luca Stanzione, per tutti Luchino, spiega a Liberazione perché, per due giorni ha vissuto con un centinaio di ragazzi in un magazzino d’abbigliamento, ormai abbandonato, di Milano. Uno stabile in attesa solo di essere demolito per poter riedificare, all’ombra di un campanile fine ’800 e di un paio di gru, incastonato tra un cinema a luci rosse e la sezione "buona stampa" della parrocchia del Cuore di Gesù e quel che resta del rione della Cagnola con la tangenziale che vola in mezzo a palazzi degli ultimi undici decenni su Viale Monteceneri prima di scendere sul Ponte della Ghisolfa. Zona 9. A pochi passi dal ristorante "italo-cinese-latinoamericano" c’è la casa dove visse "Lia", partigiana uccisa proprio il 25 aprile. I bar, spesso gestiti da stranieri, hanno locandine che annunciano spettacoli teatrali su Milano di una volta e una pensionata cerca di spiegarsi con la segretaria cinese del suo agopuntore, cinese pure lui. «Quartiere difficile», spiegano nel magazzino temporaneamente liberato: troppo vicino a S. Siro per non fare gola agli Irriducibili dell’Inter e ad altri gruppi di estrema destra che avevano provato ad aprirci un’associazione culturale, Cuore nero, a 300 metri da qui e altrettanti dal Torchiera occupato. E proprio qui di fronte veniva curata la campagna elettorale di Jonghi Lavarini, cerniera, a Palazzo Marino, tra An e la destra radicale. L’hanno chiamata "Playleft" questa sperimentazione, consapevoli della crisi di partecipazione della sinistra milanese. Ingredienti: occupazione "spot" (il locale è stato riconsegnato ieri sera), festone dopo lo sciopero studentesco e un pomeriggio di assemblea, prima in gruppi tematici su precarietà, saperi, metropoli e generi, poi in plenaria con organizzazioni giovanili (Gc, Fgci, verdi e alcuni esponenti di Sd) sullo stesso piano di centri sociali, associazioni studentesche e singoli attratti dalla dinamica inedita di cui resta traccia su un sito, Playleft.org. «Play come gioco, certo, ma anche come azione», continua il ventunenne coordinatore dei Gc milanesi, studente e precario in un’agenzia fotografica. Playleft è anche un sito, «forma di meticciato tra i piani fisico e virtuale
-  dice Alessandro del Leoncavallo, 26 anni, ricercatore di Informatica all’Università - per coinvolgere anche chi vive i tempi impossibili della precarietà». La gestazione di Playleft andava avanti da un pezzo, almeno da quando il Cantiere ufficiale della sinistra ha mostrato tutte le difficoltà ad aprire alla partecipazione dei singoli. Liberazione di spazi versus fusione a freddo, taglio generazionale di chi ha attraversato le stagioni recenti di movimento, con un orecchio all’iniziativa che, contemporaneamente, si tiene alla Darsena per rifare il murale dedicato a Dax e fatto cancellare dalla sindaca Moratti proprio alla vigilia dell’ispezione del Bie, l’ufficio ispettivo dell’Expo mondiale. La città è in concorrenza con Smirne per aggiudicarsi l’esposizione universale del 2015. La sindaca, oltre a spingere sull’acceleratore degli sgomberi, sta svendendo immobili comunali per perfezionare la candidatura. Un affare da 4 milioni di euro che racchiude in sé la mutazione totale della metropoli e della provincia con la congerie di grandi opere e infrastrutture che pretende (tav, Pedemontana, tangenziale esterna, nuova pista di Linate, nuova metro dall’aeroporto). Dal 22 al 26, giorni dell’ispezione, si terranno anche momenti di protesta dei NoExpo. Playleft continuerà a cercare nuove forme della politica. «Si potrebbe ripetere l’esperimento in simultanea in altre città, guardando alla dimensione nazionale, subito dopo il 20 ottobre dove saremo in piazza insieme - propone Betta Piccolotti, coordinatrice nazionale dei Giovani comunisti - con un’agenda collettiva che parta dal 17 novembre e dalla lotta alla precarietà». «Non crediamo ad eventi spettacolarizzati dove pochi parlano e molti ascoltano», dice Luchino nella plenaria che ha cercato di tracciare un percorso legato alla concretezza dei bisogni. «E’ un progetto replicabile altrove, almeno nell’indicazione dell’apertura di spazi per discutere della sinistra, ma senza punti di caduta predefiniti. Vorremmo diventare un virus», dice a Liberazione, Luca Iori, genovese, che si occupa di metropoli nell’esecutivo nazionale dei Gc.

 
   
 
 
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